Durante la XVIII legislatura, in un’Italia ancora segnata da profonde lacune nella tutela delle persone LGBT+, è stato compiuto un passo storico. Per la prima volta, viene istituito un fondo pubblico destinato all’apertura di oltre quaranta centri antidiscriminazione e case famiglia, pensati per offrire accoglienza, ascolto e protezione alle vittime di omotransfobia.
Il fondo, pari a 4 milioni di euro, è stato approvato in Commissione Bilancio del Senato il 2 ottobre 2020 e riconfermato alla Camera il 3 luglio 2021. Un traguardo reso possibile dal lavoro costante della senatrice Alessandra Maiorino del Movimento 5 Stelle, che fin dall’inizio della legislatura aveva presentato in Senato un articolato progetto di legge contro l’omotransfobia, ispirato dal lavoro di anni delle associazioni LGBT+ sul territorio italiano.
Quel testo, poi ripreso successivamente dal deputato Alessandro Zan, avrebbe dovuto diventare la cosiddetta legge Zan. Una legge che, com’è noto, è stata affossata nel novembre 2021 da un voto segreto al Senato accompagnato da un applauso che ancora oggi brucia. Eppure, prima che ciò accadesse, una parte fondamentale di quella proposta – forse la più concreta per chi subisce violenza e discriminazione ogni giorno – era già stata approvata. È così che, al riparo dai riflettori e dalle polemiche, è nato uno dei più importanti strumenti di supporto per la comunità LGBT+ mai varati dal Parlamento italiano.
Questo fondo rappresenta un atto di giustizia sociale, un piccolo ma significativo risarcimento dopo decenni di silenzio istituzionale. Prima di allora, solo poche leggi avevano toccato in modo diretto i diritti delle persone LGBT+: la legge 164/1982 per il riconoscimento dell’identità di genere, il decreto legislativo 216/2003 contro le discriminazioni sul lavoro, e la legge sulle unioni civili del 2016.
A differenza di altri disegni di legge presentati nel corso della legislatura – limitati alla semplice estensione della legge Mancino – il testo della senatrice Maiorino includeva azioni strutturali e tangibili, come l’istituzione dei centri antidiscriminazione. Un’idea maturata a partire dai bisogni reali delle persone, ascoltando chi, da anni, opera nei territori per contrastare l’odio e fornire accoglienza.
Oggi, se in alcune città italiane esiste un luogo dove una persona LGBT+ può bussare in cerca di aiuto, non sentirsi sola e iniziare a ricostruire la propria vita, è anche grazie a questo risultato del Movimento 5 Stelle. Non è solo una conquista politica, ma una promessa mantenuta verso chi ha sempre chiesto dignità, protezione e ascolto.
È un punto di partenza, non un punto d’arrivo. Ma è un punto fermo, ed era ora.