
Analisi basata su notizie e frequenza di parole legate al genocidio all’interno dei social network delle principali associazioni LGBT+. In particolare, la ricerca si è svolta cercando le parole Gaza, Palestina, Genocidio, Israele e Flottiglia sulle pagine Facebook delle relative pagine associative e tramite segnalazioni dirette. Per qualsiasi segnalazione, si rimane a disposizione.
Arcigay. Posizionata fermamente sin dal novembre 2023, a ridosso del 7 ottobre. Nel Consiglio Nazionale del novembre 2023 Arcigay approva un ordine del giorno sul cessate il fuoco. Nel febbraio 2024 si esprime sul genocidio. Fa sentire la sua voce anche attraverso il sostegno alla Flottilla.
Agedo. Nessun posizionamento ufficiale. La presidente ha condiviso un’immagine a favore dello sciopero del 22 settembre 2025 sui propri social personali. [aggiornamento: successivamente alla pubblicazione di questo articolo l’associazione si è posizionata in data 03 ottobre 2025]
Famiglie Arcobaleno. Nessun posizionamento ufficiale [aggiornamento: successivamente alla pubblicazione di questo articolo l’associazione si è posizionata in data 01 ottobre 2025]
Rete Lenford. Nessun posizionamento ufficiale
Gaynet. Posizionata contro il genocidio sin dal febbraio 2024.
CCO Mario Mieli. Prende posizione nel documento politico del Roma Pride 2025, ma subisce alcune critiche per la sponsorship di Starbucks. La madrina del Pride Rose Villaine sventola la bandiera della Palestina dal carro. Supporta direttamente lo sciopero del 22 settembre 2025.
Gay Center / Gay Help Line. Nessun posizionamento ufficiale. Tra la fine di dicembre 2023 e inizio 2024 rimuove dalla propria sede le bandiera della Palestina affisse da alcuni attivisti di Arcigay, con cui condivide la sede. Il 3 gennaio comunica l’avvenuta rimozione e il relativo divieto.
MIT – Movimento Identità Trans. Nessun posizionamento ufficiale
Plus. Nessun posizionamento ufficiale
Tale elenco è un invito a riflettere. Vuole rendere gli attivisti e i volontari consapevoli delle proprie realtà e incoraggiare tutti a non ignorare più ciò che accade a Gaza.
Forse per alcune persone nella comunità arcobaleno non è ancora chiaro, ed è per questo che voglio ribadire quanto sia importante lottare per una Palestina libera, proprio in quanto parte della comunità LGBT+. È un concetto da ripetere con forza: non si può combattere l’oppressione e, allo stesso tempo, difendere l’oppressore.
È inaccettabile giustificare lo sterminio di un popolo – in questo caso quello palestinese – solo perché una forza terroristica come Hamas perseguita con ferocia le persone LGBT+. Farlo ci renderebbe ipocriti nelle nostre stesse battaglie. Non neghiamo che gran parte della società palestinese sia omofoba: è vero. Ma questo non può in alcun modo diventare la ragione per sterminare un popolo.
Se la storia avesse seguito questa logica, quasi ogni nazione avrebbe dovuto subire uno sterminio. Avremmo forse accettato lo sterminio degli italiani per il confino degli omosessuali sotto il fascismo? O quello dei tedeschi per i campi di concentramento, dove gli omosessuali venivano marchiati con il triangolo rosa? Persino la Gran Bretagna, dopo la guerra, condannò Alan Turing, l’uomo che aveva contribuito a sconfiggere il nazismo. Eppure nessuno pensò di sterminare interi popoli per queste colpe. È stata la resistenza dei nostri corpi, decennio dopo decennio, a trasformare società profondamente omofobe. Società che ricordiamo, ancora oggi, praticano violenza e odio contro le persone LGBT+ seppur in maniera minore.
La verità è che anche noi non saremmo sopravvissuti. Passare oggi dalla parte degli oppressori, proprio mentre abbiamo conquistato spazi di libertà, sarebbe opportunistico e violento. Lo stesso vale per i diritti delle donne: conosciamo bene le violenze che subiscono in tante parti del mondo, ma questo non ha mai impedito di sostenere l’autodeterminazione dei popoli, pur nelle contraddizioni. Non si tratta di lottare per Hamas, ma per una Palestina libera e non oppressa. Da nessuno. Con la consapevolezza che sarà una strada difficile, anche per la comunità LGBT.
Israele viene spesso descritto come un’isola sicura per le persone LGBT+ in Medio Oriente. In parte è vero, ma resta lontano dagli standard europei: niente matrimonio egualitario, forte omofobia negli ambienti ortodossi, rischio di aggressioni. Sì, c’è il Pride di Tel Aviv, ma c’è anche quello di Gerusalemme, segnato da violenze e persino accoltellamenti. Israele accoglie rifugiati LGBT+ dai paesi arabi, ma allo stesso tempo permette che ministri dichiaratamente omofobi guidino il governo. Orit Strook, che si definiva “orgogliosamente omofobo”. Itamar Ben-Gvir, che chiamava “animali” i partecipanti al Pride. O persone con importanti incarichi governativi come Avi Maoz, anche lui “orgogliosamente omofobo”, autore di liste nere contro persone LGBT+ nei media. Yitzhak Pindrus, che ha definito la comunità LGBT+ più pericolosa di Hamas. È un paese che tollera e promuove figure che predicano odio.
Questo dimostra che la lotta per le persone LGBT+ non finisce mai. In ogni luogo, in ogni epoca. A volte in spazi più duri, a volte terribili, a volte in contesti meno opprimenti. Ma non deve mai voler dire passare dalla parte dell’oppressore, solo perché ci concede un margine di libertà.
La battaglia arcobaleno, per la sua stessa storia, non può ridursi a una battaglia per l’inclusione. È, prima di tutto, una battaglia contro l’oppressione. Per il diritto alla vita, alla libertà e all’autodeterminazione. Ovunque l’oppressione si manifesti.
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