
Il 14 settembre, a Santi Cosma e Damiano, in provincia di Latina, si è tolto la vita Paolo Mendico, 14 anni. La sua scomparsa ha scosso profondamente l’opinione pubblica e acceso i riflettori sul bullismo a scuola, in particolare quello di matrice omofobica. Una tragedia che ci ricorda quanto vulnerabili siano i ragazzi e quanto fragile possa essere il loro mondo.
Secondo le testimonianze dei familiari, Paolo subiva vessazioni sin dalle scuole elementari. Non solo dai compagni, ma, in alcuni casi, con la corresponsabilità di figure adulte. Insegnanti che avrebbero dovuto proteggere e guidare. Oggi l’istituto tecnico che frequentava è sotto accertamento: il Ministero dell’Istruzione ha inviato ispettori per verificare l’efficacia delle misure adottate e capire come sia stato possibile che un ragazzo si sentisse così solo e in pericolo nella propria scuola.
La storia di Paolo richiama altre vicende tragiche, come quella di Andrea Spezzacatena, il “ragazzo dai pantaloni rosa”, morto suicida nel 2012 dopo episodi di bullismo. Ma non è un caso isolato: numerosi studi confermano come i giovani LGBT+ siano tra i più esposti a esclusione, insulti e violenze, anche quotidiane.
Un’indagine del Laboratorio Rainbow condotta nel Lazio nel 2020 su un campione di mille studenti ha rivelato dati preoccupanti: circa 1 studente su 10 considera l’omosessualità una malattia, una perversione o un peccato, mentre solo il 57% la definisce correttamente come orientamento affettivo. Dietro questi numeri si nascondono quotidiane derisioni, battutine e prese in giro che lasciano ferite profonde e invisibili. Si aggiunge quasi sempre l’impossibilità di rivolgersi alla famiglia, solitamente non consapevole o in ostilità. Se in altre tipologie di discriminazione lo studente può contare sul supporto genitoriale, nel caso della persona LGBT+ la famiglia è il primo ostacolo, costringendo a un mondo di isolamento e solitudine.
Il tema chiama in causa anche la politica. Da anni il Parlamento non riesce ad approvare una legge contro l’omofobia. Nel frattempo, alcune proposte legislative mirano a limitare l’ingresso nelle scuole delle associazioni LGBT+, realtà che spesso rappresentano l’unico sostegno concreto per ragazzi discriminati. I recenti disegni di legge Sasso, Valditara e Amorese, invece di introdurre programmi strutturati di educazione affettiva obbligatoria — strumenti decisivi per un reale cambiamento culturale — puntano a ridurre diritti e tutele, in particolare per i giovani trans.
Anche a livello locale i ritardi sono evidenti. In Molise, ad esempio, non esiste ancora una legge regionale efficace contro l’omotransfobia. All’inizio del 2025 il Consiglio regionale aveva approvato all’unanimità un impegno rivolto a Presidente e Giunta per promuovere iniziative contro il bullismo omofobico nelle scuole, ma ad oggi nessuna misura concreta è stata attuata.
La morte di Paolo Mendica non può lasciarci indifferenti. Ci costringe a guardare la realtà in faccia: le istituzioni, dalla scuola agli enti locali fino al Parlamento, devono trasformare parole e promesse in azioni concrete, prima che altre tragedie possano ripetersi. E, per quanto si possa credere di essere assolti, come cantava De André, siamo tutti comunque coinvolti.
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